Il Papa, il zapatismo e la giustizia sociale negata

Francesco I in Messico

Sono passati ventidue anni dalla ribellione nel Chiapas che sorprese il mondo intero. Un levantamiento fuori dai canoni della rivoluzione tradizionale, di dialogo e partecipazione che aveva attirato su una regione dimenticata l’attenzione dei media internazionali. Era il gennaio 1994, un’eternità fa, eppure il movimento zapatista resiste ed è ancora vivo nel cuore del Chiapas, in quella Selva Lacandona rifugio del Subcomandante Marcos e dei suoi, che auspicavano un nuovo modello di giustizia sociale. Quel mondo nuovo, spente le luci della ribalta, lontano dall’attenzione dei curiosi, si dibatte oggi nelle contraddizioni dell’autodeterminazione dell’identità indigena, forte della propria tradizione, ma costretta a fare i conti con una quotidianità ardua, spesso brutale. La questione agraria, uno dei punti principali del manifesto zapatista, non è mai stata risolta e centinaia di famiglie, ogni anno, sono costrette ad abbandonare le proprie case per lasciare spazio alle pressioni dei latifondisti. Con la collusione delle autorità e la forza dei gruppi paramilitari, le comunità indigene vengono disgregate e rese così inoffensive. La povertà, mai sopita, è aumentata di quasi il 5% negli ultimi due anni. Ma nel Chiapas, gli indigeni non devono difendersi solo dallo Stato, ma anche dalle mire espansionistiche della criminalità: il traffico delle persone, gestito dai narcos, ha incrementato i casi di abuso dei diritti umani nelle comunità di frontiera. Il Papa trova una regione dove l’asperità della vita fa vacillare anche la fede: unico caso nel religiosissimo Messico, qui solo il 58% della popolazione professa il cattolicesimo. Laddove la popolazione indigena è preponderante santi, madonne e miracoli lasciano il posto ad un più pratico sincretismo di radice protestante. La missione di Francesco è quella di cambiare questa tendenza. Il Papa –oggi a Tuxtla Gutiérrez e a san Cristóbal de las Casas- lo farà rievocando il messaggio e l’impegno di colui che è stato considerato un giusto dai diseredati ed una canaglia dal potere. L’opera di Samuel Ruiz, il gesuita che sposò la causa indigena, nel rispetto per la storia e per l’autonomia della gente del Chiapas, rivive oggi e si presenta come chiave di volta nel destino del cattolicesimo all’interno delle comunità indigene del Chiapas.

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