Elezioni Honduras: non cambia nulla, la presidenza va di nuovo ai conservatori

Doveva cambiare tutto ed invece non cambia nulla in Honduras. Juan Orlando Hernández, il candidato del conservatore Partido Nacional, ha vinto con un comodo vantaggio, di circa sei punti percentuale su Xiomara Castro, moglie dell’ex presidente Mel Zelaya, deposto dal colpo di stato del 2009, ed esponente della coalizione di sinistra Libre. La Castro, durante la campagna elettorale, aveva chiesto agli honduregni di presentarsi a votare in grande numero e la forte ed inusuale affluenza registrata alle urne aveva fatto pensare ad una vittoria della candidata di Olancho. Niente di tutto questo: a prendere possesso della presidenza il prossimo gennaio, sarà Hernández, attuale presidente del Congresso e garante della continuità con l’attuale governo. Xiomara Castro non ha riconosciuto il verdetto. Parla di brogli che interessano almeno il 20% delle schede e promette la mobilitazione dei suoi a partire da oggi.

Hernández erediterà una situazione per molti versi insostenibile, che ha già detto di voler risolvere usando le maniere forti. Sua, per esempio, è stata l’iniziativa di coinvolgere un paio di mesi fa l’esercito nella lotta contro la criminalità, una misura che da molti è stata interpretata, invece, come un tentativo di voler reprimere le voci dell’opposizione. Per il resto, il programma di governo, non offre grandi stimoli. Il suo piano ¨El pueblo propone¨ risponde alla tendenza popolare e populista di una democrazia aperta e partecipativa, che raccoglie idee a destra e a manca nel tentativo di creare consenso.

I problemi dell’Honduras sono strutturali, profondi e di difficile risoluzione. Non ci sono solo la criminalità, il cui tasso di incidenza è tra i più alti al mondo, la povertà che colpisce il 71% degli honduregni, il costante indebolimento dei diritti umani e della legalità. L’Honduras è un paese che rischia il default in qualsiasi momento, un territorio ricco e pregiato, che è però devastato e saccheggiato da un capitale che non ha altro progetto se non quello, fine a sè stesso, dello sfruttamento. L’alternanza politica tra il Partido Nacional ed il Partido Liberal non è mai stata garanzia di democrazia, ma piuttosto il risultato di un tacito patto tra le parti per promuovere e proteggere i propri affari. L’Honduras è stato nei decenni passati assieme al Cile di Pinochet, uno dei laboratori del neoliberismo in America Latina. Mentre sono in tanti a profondere elogi sul modello cileno, dell’Honduras non se ne parla per la semplice ragione che qui quel modello è fallito in pieno. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Questo è un paese in regresso. Dal 2009, anno del golpe contro Mel Zelaya, la restaurazione ha fatto ripiombare l’Honduras nel passato, sotto gli occhi di una comunità internazionale apatica e disattenta. Il colpo di Stato è stato presto dimenticato nel nome di una riconciliazione che non c’è mai stata, ma che –come operazione di facciata- ha fatto comodo per compiacere le coscienze dei saccenti. Le elezioni di ieri hanno confermato una tendenza quasi autolesionista degli honduregni, che hanno premiato ancora una volta la perfetta macchina organizzativa dei partiti conservatori, in un Paese dove, come recita uno dei commenti nella pagina di Hernández su Facebook: ¨la maggioranza delle persone vende il proprio voto per un piatto di riso e fagioli¨.

Vince la povertà quindi, quella dello stomaco e dell’intelletto, e l’Honduras piomba nell’oscurità. Per il cambiamento, bisognerà aspettare altri quattro anni.

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